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Non di leader vive un’azienda

Il teamworking funziona solo se sostenuto con altre soft skills, oltre a stimolare la leadership dobbiamo allenare la followship.

Gino Bramieri, amatissimo comico italiano, era solito dire che perché una barzelletta potesse essere considerata divertente erano necessarie due cose: qualcuno che la sapesse raccontare bene, e qualcun altro che avesse la compiacenza di ridere. Con questa battuta si evidenzia perfettamente il sentiment che dovrebbe accompagnare la creazione, l’organizzazione e gli obiettivi di un gruppo di lavoro performante.

Come spesso accade, per ottenere risultati efficaci tramite l’utilizzo delle soft skills, le stesse devono essere sapientemente intrecciate tra di loro in modo da generare una maglia fitta, confortevole e resistente. E’ il caso di quando ci concentriamo su uno dei pilastri fondamentali della gestione d’azienda: le risorse umane e la loro interazione.

Sicuramente non possiamo prescindere dal filo conduttore principale che è il teamwork che permette di avere la base in cui intrecciare empatia, problem solving, leadership (ovviamente) followship (inevitabilmente).

Come detto è la coerente unione di queste soft skills che permette la buona riuscita di un’attività di gruppo. Provate ad immaginare se dovessimo erogare della formazione basata esclusivamente sul teamworking (analizzando e trasferendo tutte le dinamiche di relazione e gli strumenti di sviluppo operativo necessari) senza tenere conto della attitudine delle persone che vi partecipano. Ad esempio scoprire se all’interno esiste un leader naturale o che lo potrebbe diventare, così come se vi è un’istintiva empatia di gruppo sostenuta da caratteristiche personali dei singoli, o ancora, se non vi fosse nessuno con delle competenze già sviluppate di problemsolving. Immaginate anche se la maggior parte dei partecipanti al gruppo di lavoro ipotetico non avesse la giusta predisposizione per essere un follower stimolante.

Cosa accadrebbe?

Semplice, sarebbe impossibile creare un gruppo duraturo. Se la persona delegata alla costituzione e alla formazione di tale gruppo fosse molto brava, ma le caratteristiche dei singoli fossero riconducibili a quanto sopra descritto, otterremmo l’avvicinamento di queste persone, la delimitazione di un perimetro operativo, ma non avremo certo quegli incastri magici tipici dei team performanti: saremmo in presenza, probabilmente, di un insieme di mercenari che svilupperebbero la loro attività con un forte individualismo legato all’economicità dell’impresa e risulterebbe impossibile farli “combattere” per un ideale comune. Creare strutture operative e gruppi di lavoro è una sfida bellissima è qualcosa che si avvicina alla fusione tra arte e scienza, difficilmente identificabile con un solo nome, così come difficilmente descrivibile.

Approfondendo ulteriormente l’elemento di coesione tra le componenti del gruppo possiamo evidenziare come una delle attitudini necessarie a un leader sia quella di sapersi contornare da follower che accettino lo stimolo, dotati della capacità di lavorare in maniera autonoma e competente, che non si trasformino per convenienza in “YES MAN” ma che mantengano lo spirito critico,  l’onestà di rispettare la gerarchia continuando a partecipare attivamente al sostegno dei progetti, restituendo al leader, contenuti, concetti e operatività  che risultino espanse rispetto agli stimoli iniziali da loro ricevuti. Utilizzando il problemsolving quale strumento per sciogliere eventuali contrasti interni e ottimizzare processi esterni avremo sicuramente aumentata l’efficacia del lavoro svolto con un comune orientamento al risultato infine per completare l’analisi della nostra “trama” dobbiamo analizzare un altro importante elemento un’altra fondamentale soft skill: l’empatia. Da sempre e ancor più nell’ultimo periodo, l’empatia è un potentissimo driver per sostenere ogni percorso evolutivo, ogni sviluppo operativo e ovviamente ogni relazione interpersonale.

L’empatia è un dono, è uno tra i talenti più anelati da chiunque abbia coscienza di voler far bene ciò che è chiamato a fare. Come primo elemento positivo abbatte i tempi di realizzo di qualsiasi attività perché innanzitutto permette di individuare aspettative e sogni di coloro con cui ci relazioniamo, ci indica esattamente il miglior percorso per risultare fluidi ed efficaci ed infine ci permette di godere della giusta sensibilità per capire se il risultato raggiunto è soddisfacente oppure migliorabile.

Quindi se dovessi individuare un’immagine che possa racchiudere l’ottimale lavoro di gruppo, immagino una yurta (la tipica tenda dei nomadi mongoli) che ha nel suo complicato progetto, denso di regole costruttive chiare, quello che noi definiremmo il teamworking.

Individuerei nei sostegni della parte centrale i leaders che incastrano in loro un reticolo di sostegni esterni che sono i followers. Ogni singolo follower è importante per la distribuzione della forza di trazione necessaria per mantenere l’equilibrio e la sostenibilità. Il problem solving, che tutto ripara e difende sono le pelli che formano la copertura. E l’empatia? Beh l’empatia è il braciere dove si scatena il fuoco che è la vita.

Potrei trovare mille esempi in mille campi diversi, ma per suggestione e fascino, cercherò di tradurre quanto sopra condiviso con un esempio operativo vissuto all’interno del mondo dello sport.

Negli ultimi anni ho avuto il privilegio di poter seguire come formatore e consulente un team di Moto3 nel mirabolante circus del Motomondiale, è evidente come il terminale di tutte le attività preparatorie sia la gara della domenica. Il teamworking che viene creato è di altissimo livello perché il gruppo di lavoro deve fare fronte a elementi ripetitivi e di altissima difficoltà (montare e rismontare la moto ogni volta che viene usata, con precisione e tempi strettissimi) e inoltre le variabili che possono alterare l’attività programmata sono molte e a volte drastiche (assetti sbagliati, pilota non concentrato, incidenti, ecc…) Se il team non è coeso orientato ad un unico risultato non è possibile riuscire a far fronte a tanto stress e alla costante ricerca di performance “mondiali”.

Qui la metafora della yurta è quanto mai evidente, è sufficiente la distrazione di un meccanico (follower-elemento di sostegno esterno) che tutta la struttura può essere messa in grave difficoltà facendo non solo precipitare le possibilità di riuscita della attività sportiva, ma ponendo in grave rischio l’incolumità stessa del pilota. Vi assicuro che ho visto, tra gli altri, il team della World Wide Race (con title sponsor per la stagione in corso, Bester Capital Dubai), lavorare in ogni tipo di condizione, sotto stress inimmaginabile, con pungoli esterni (sponsor e tifosi) con dinamiche interne complicate e con piloti che anelavano alla loro personale vittoria come unica soluzione di ogni problema. Sarà per la ultra ventennale esperienza, o forse per quelle doti innate gli che riconosco, ma Fiorenzo Caponera (Team Principal) insieme a Marica Pirazzini (sua compagna di vita e di avventura sportiva) hanno avuto sempre la capacità di esprimere una leadership forte contornandosi per la maggior pare del tempo di persone che erano veri e propri follower e che in molti casi hanno saputo generare quell’armonia magica che ha permesso il raggiungimenti di importanti risultati. Primo fra tutti crescere givano piloti dando loro la possibilità di potenziare le il loro talento all’interno di una struttura che sa coniugare perfettamente passione, coerenza, stimoli e carezze.

Concludo con un aspetto emozionale: ogni gruppo di lavoro deve assolutamente avere una filosofia che lo muove figlia del mix di sentimenti, attitudine e competenze delle persone che lo compongono. Questa filosofia, deve essere così forte e densa che chiunque partecipi al percorso comune deve trovare nel gruppo lo strumento per evolvere la propria condizione lavorativa e umana. Mai il gruppo dovrà generare comparti stagni in cui le persone possano trovare rifugio perché è solo con lo stimolo a crescere insieme che i risultati arrivano e che ci si può permettere, guardandosi negli occhi, di condividere un convinto: “good job my friend”.

 Stefano Pigolotti

Articolo pubblicato sul numero di Luglio/Agosto 2018 della rivista AZ Franchising